Per una storia del grado

Scritto da Giulia (gi erre) il 27-07-2021 in Climbook

Pubblichiamo di seguito un contributo di Emanuele Avolio, che ringraziamo.

Chi inizia a scalare oggi si ritrova catapultato in un mondo di numeri. Questi numeri appaiono come sentenze incise perennemente nella roccia, con cui confrontarsi e misurarsi.

Continuando a scalare, ci si ritroverà poi nella condizione di confrontare tra loro le sequenze alfanumeriche dei gradi, paragonando, discutendo; e spesso si noteranno incongruenze, sbilanciamenti, iniquità.

Alcuni, una volta compreso che il grado non è un decreto monocratico, ma può essere rivisto e riproposto, si azzarderanno anche a rigradare la via, variando più o meno il valore ufficiale dato dalla guida consultata. Anche in questo caso, non di rado, si incappa in ulteriori incongruenze, dettate da molti fattori: ne ha parlato Jolly in diverse occasioni (link in basso).

Questo brevissimo sunto che riportiamo ora vuole rendere conto dell’evoluzione del concetto di grado dalle origini fino ai tempi più recenti, in modo che, scoprendo le sue malleabilità nel tempo e la sua lenta strutturazione – non scientifica e assoluta, ma legata alla strutturazione dell’arrampicata rotpunkt –, si possano portare giudizi e valutazioni con più consapevolezza.

(N. B.: questa è una storia locale, non universale, e faremo riferimento agli ambienti che hanno concorso a creare la gradazione francese attualmente usata in Italia; ignoreremo scale straniere, come quella americana; inoltre è un sunto del sunto, che non intende assolutamente essere esaustivo).

Quello che si avvicina alla nostra concezione di arrampicata ha i suoi albori a fine ‘800 negli ambienti alpini – quando si affrontavano, con protezioni minime o nulle e modalità di cordata arcaiche, camini e diedri. E all’epoca (incredibile a dirsi!) si saliva per salire, senza idea che potesse esistere una metrica della roccia. Via via, i primi decenni del ‘900 hanno poi visto l’arrampicata svilupparsi enormemente, con realizzazioni che ancora oggi susciterebbero – e suscitano – lo stupore di chi le ripete, arrivando a toccare il moderno VI grado.

Nonostante illustri eccezioni di palestre di bassa quota (esempio su tutte Fontainebleau), l’arrampicata era mezzo alpinistico. L’alpinismo in origine si propone di giungere a punti di vetta tramite qualunque via necessaria, in origine la più facile possibile (la via “normale”); successivamente scopre l’idea di giungere alle vette tramite vie meno facili, scoprendo il gusto della difficoltà. Sarà banale a dirsi, ma è qui che ha origine il termine “via”, che tutt’oggi usiamo per indicare un itinerario di arrampicata: perché erano letteralmente delle vie, da fare anche a piedi e solo con qualche passo di arrampicata.

L’arrampicata nasce dunque come estensione del concetto di camminata, in termini di tecnicismo e difficoltà che davano il carattere ad un’ascensione alpinistica; ed essendo l’uomo un animale con forti propensioni alla razionalizzazione e alla competizione, ben presto furono proposte misure di valutazione dei tratti più difficili nella progressione: in ogni luogo, da fine ‘800 se ne crearono molte in ogni ambiente culturale (a partire da iniziali valutazioni verbali, come “passo difficile” o “passo ardito”, che quasi ricordano le annotazioni sugli spartiti musicali). La misurazione più famosa e storicamente rilevante, proposta dal forte alpinista tedesco Willo Welzenbach (1899–1934) e che da lui prende il nome, è quella che più di tutte ha fatto storia. Essa prevedeva una gradazione da I grado a VI grado, e la sua caratteristica più peculiare è quella di essere una scala chiusa: il VI grado, cioè, rappresenta in essa il limite insuperabile delle difficoltà per un uomo (per Welzenbach, tale limite era rappresentato dalla via Solleder sulla parete nord-ovest del Civetta: dunque, riportava esempi concreti di vie di riferimento per la gradazione). Domenico Rudatis poi propose di aggiungere ai numeri romani un + o un -, per meglio specificare la difficoltà.

Da questo punto, si ponevano due problemi: uno, quello di dare una valutazione complessiva alle vie; l’altro, quello di aprire in qualche modo verso l’alto la scala Welzenbach. Il francese Lucien Devies, arrampicatore intellettuale, in periodi diversi propose una soluzione alle due questioni: nel ’36 propose una scala di valutazione complessiva della difficoltà media di una intera salita, che poi nel ’43 verrà formalizzata dal Groupe Haute Montagne con le sigle E, PD, AD, D, TD, e ED, ancora usate (contestualmente, Devies e il GHM proposero anche la gradazione di artificiale A0, A1 ecc.). Circa l’altra questione, già – come sembra – dagli anni ’40, e poi in guide degli anni ’70, Devies aggiungeva delle lettere al grado VI, introducendo per la prima volta diciture come VIa, VIb, ecc.

L’esigenza di dare ordine alla situazione delle scale dei gradi portò l’_Unione Internazionale delle Associazioni Alpinistiche (UIAA)_ a farsi carico del problema, prendendo la scala di Welzenbach e adattandola in modo da creare una volta per tutte un sistema unico: nel 1967 si consolidava la scala UIAA, ancora oggi in uso, e che è, va notato bene, in perfetta continuità con l’ottica dell’alpinismo classico, e grada i singoli passi. La scala restava chiusa, con gradi in numeri romani con aggiunta di + e -, fino al massimo di VI+. Venivano accolte anche le valutazioni complessive e di artificiale di Devies.

Tralasciamo la polemica, centrale nel corso degli anni ’70, dell’apertura della scala e della famosa introduzione del VII grado: i vari movimenti culturali, come il Nuovo Mattino, e grandi figure come Messner ebbero ben ragione dei vecchi conservatorismi.

Fin qui, abbiamo tratteggiato la nascita della scala UIAA, che ad oggi risulta identica a quando fu formalizzata definitivamente nel ’67, solo che è stata aperta, con l’aggiunta dei gradi via via conquistati da arrampicatori sempre più allenati, preparati, visionari. Toccherà ora capire l’origine di quella che, per i più, è la scala per eccellenza: la scala francese.

La faremo breve: tra nomi di formalizzatori importanti, come François Labande, sarà più importante portare il focus sull’evoluzione dell’arrampicata negli anni ’70: in buona sintesi, uno sviluppo enorme dell’arrampicata libera, con la conseguente crescita vertiginosa della difficoltà affrontata su roccia – e quindi del grado. Fu naturale allora recuperare le gradazioni alfanumeriche di VIa, VIb, che ben presto però si discostarono dalla gradazione UIAA, non solo nel riferimento alla difficoltà (tanto che, ancora oggi, VI non corrisponde precisamente al 6a), ma anche per il passaggio alle cifre arabe.

Questa nuova scala sviluppata nelle pareti di bassa quota francesi si sposò perfettamente con la nuova filosofia del rotpunkt, e s’instradò verso la formalizzazione definitiva, legata indissolubilmente al concetto di arrampicata sportiva in Europa. Gli anni ’80, gli anni del pionierismo della difficoltà, vedranno l’estensione massiccia e il concomitante sviluppo della scala francese.

Ma, va notato bene, dato che le vie andavano salite senza resting nella logica del rotpunkt, su muri continui e talvolta anche brevi, la scala francese è in definitiva una scala che grada il tiro, non il singolo passo: e questa è la sua grande differenza con la scala UIAA. Questo è un fatto che a volte, nella confusione, scordano persino alcuni autori di guide d’arrampicata, pur molto vendute.

Tutto sommato, a volte un monotiro gradato francese può avere un passo blocco secco, e allora potrebbe essere legittimo utilizzare una gradazione UIAA (ma più spesso si usano i gradi del boulder moderno, con le loro lettere maiuscole); allo stesso modo una via continua di un multipitch alpinistico potrà ben essere gradata francese, o sia UIAA sia francese (un tiro con tante sequenze di VI di fila, o come si dice “VI continuo”, non potrà mai essere semplicemente 6a, perché bisognerà tener conto anche della continuità nella scala francese).

In generale speriamo che, con la presentazione di una sintesi della storia del grado, si sia trasmessa l’idea che il grado, più che un dato assoluto, scientifico, una certezza, un decreto emanato dal re-apritore/chiodatore, è un riferimento relativo per misurare la prestazione personale e per orientare il turista.

Al contempo, non si può neanche scadere nell’estremo opposto, del “grado che non esiste”: entro limiti di ragionevolezza, che tengano conto di dati morfologici oggettivi, il grado di difficoltà è un riferimento, ma esiste eccome. Esiste, perché tutti sappiamo che un IV grado non è un 6c; semmai, il problema del grado è quello del punto geometrico: un insieme di punti crea una linea, ma il punto di per sé rimane impalpabile, adimensionale; come diceva Euclide, «punto è ciò che non ha parti». Un’idea. Appunto, un riferimento.

Link utili:

Una sintesi più dettagliata della storia della scala UIAA

Per farsi un’idea sulla concezione del grado di un arrampicatore degli anni ‘30

Per alcune riflessioni sul grado da parte di Jolly: La fallacia di Climbook: riflessioni sul grado e il commento in fondo a questa pagina.

Commenti degli utenti

Per inserire un commento devi registrarti sul sito.