Penso dunque cado

Scritto da Jolly Lamberti il 26-11-2012 in Allenamento
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Quando scaliamo, ogni nostro movimento viene regolato e corretto innumerevoli volte, in maniera inconsapevole.
Se la punta del piede destro, mentre il sinistro sta in latrale, è più alta o più bassa di pochi centimetri, questo potrà compromettere la posizione e farci stancare o cadere.
E nessuno può dire, a priori, quale sia questo punto, solo la percezione cinestetica inconsapevole.
Nessuno può dire, a priori, quanto peso può scaricare il piede su un minuscolo appoggio slabbrato.
Così anche i continui aggiustamenti che tutto il corpo deve fare, dai polpastrelli alla punta delle dita dei piedi, scaturiscono da una intelligenza ( percezione) che non può essere deliberata né consapevole.
Il talento nella scalata è tanto muscolare quanto neurologico.

L’allenamento, nella scalata , dovrebbe essere più neurologico ( cinestetico, propriocettivo, coordinativo e via dicendo) che muscolare.
La percezione cinestetica viene inibita dalla fatica ( quando sono acciaiato scalo meno fluido) e per questo anche l’allenamento fisico è importante, ma anche dalla paura, dalla eccessiva agitazione, dalla insicurezza.
Tutti i migliori scalatori di oggi hanno cominciato a scalare in età pre-adolescenziale e, per questo, hanno cementato un bagaglio di riflessi automatici che potremmo definire " grazia". Per tutti gli altri ( ma anche per i Big, in una certa misura) l’allenamento migliore, sarà quello che prevede anche un miglioramento della percezione cinestetica.
Dunque metri e metri di scalata, su terreni diversi, per allenare i feedback automatici, ricercando consapevolmente un progressivo allontanamento dalla consapevolezza analitica.

Come spesso accade nell’arte e nello sport, sono i processi mentali inconsci a far scaturire lo stato di grazia.
Quando scalo bene mi capita di scoprire, per esempio, che sto facendo una lo-lotte, solo dopo aver “sentito” il mio corpo che la fa.
Quando scalo male, cerco di avere il controllo cosciente di ogni singolo movimento, come un pianista che volesse essere consapevole dell’azione di ogni singolo dito.
Un vero pianista fa il contrario, manifestando la magia di quelle dieci dita che battono sui tasti del pianoforte, ognuna per conto suo, ognuna esercitando una pressione diversa, mentre il cervello segue la melodia, cioè fa altro.
Quella magia verrebbe disintegrata da una consapevolezza analitica.
Come è possibile quella magia? solo con interminabili sedute di pedanti ripetizioni del gesto.
Allenare il corpo a precedere la mente, a decidere senza di lei.
E così anche per compiere il miracolo di un corpo che danza su una roccia a strapiombo, traendo spinta da se stesso, nonostante una forza di gravità contraria alla direzione del moto, come una vela che procede controvento.
Anche questa magia viene uccisa dal pensiero cosciente: la bellezza è sempre automatica.
Solo un aumento del senso cinestetico, una migliore taratura di tutti i propriocettori permette di avere una scalata efficiente e bella.

Peraltro un allenamento neurologico non solo favorisce il minor dispendio energetico, ma permette anche lo sprigionarsi di una maggiore forza massima: spesso, chi è più forte, semplicemente ha imparato a reclutare e coordinare meglio le unità motorie.

Porsi come obbiettivo la esecuzione corretta del movimento e non solo la riuscita ad ogni costo. Perseguire, senza sforzarsi di ottenerla, la sensazione di rilassamento, applicando sulle prese solo la forza necessaria. Respirare.
Ricordarsi di espirare mentre si fa un passaggio difficile o una chiusura: l’ espirazione non è automatica, se ci si ricorda di buttare fuori l’aria, poi la inspirazione avviene in automatico. È per questo motivo che i top climber urlano nei video, per ricordarsi di svuotare i polmoni.
Dedicare molto lavoro alla fluidità del movimento, rilassare braccia collo schiena. Sentire la tensione che defluisce sulle gambe, ricercare il movimento continuo, rotondo, non spezzato, non a scatti, non far sbattere il piede quando appoggia, allontanare un poco il bacino quando si muovono le gambe, avvicinarlo quando si va su con le mani. Cercare di essere mobili a livello delle anche, sentendo lo spostamento del baricentro sia di lato ( su un piano parallelo alla parete) sia fuori/ dentro, sia in rotazione.
Cercare di sentire il ritmo, velocizzando o rallentando per riposare dove è più facile.
Cercare di dosare le stretta, stringere il meno possibile le prese, evitare le contrazioni eccessive, anche per la mano, come per il corpo in generale.
Fare metri metri metri di vie non troppo facili, ma tali che si riescano a chiuderle senza interrompere troppo la fluiditá o fare resting ( uno ogni tanto va bene).

Questo non vuol dire che non si debbano fare anche allenamenti di forza massima.
La forza è necessaria.
Scuramente non è sufficiente.

Commenti degli utenti

Molto interessante come sempre!
Ora bisogna solo applicare la teoria alla pratica...

p.s.
Dove si trova il posto della foto? è scalabile? Spittato?

27 Nov 2012

Rodellar, in fondo alla valle , si cè una via classica con chiodi vecchi

27 Nov 2012

illuminante!

27 Nov 2012

condivido ogni parola.
Il gioco dell'esprimere il massimo delle proprie potenzialità, la padronanza e la consapevolezza dei gesti, delle emozioni, di ogni impulso vitale..
è questa la grande sfida di questa disciplina.

27 Nov 2012

sicuramente un articolo che è spunto di molte riflessioni; spunto valido sia per chi è già da tempo che pratica, come per chi è agli inizi; sarebbe interessante chiarire quanto e come questi principi siano applicabili sia allo stile "a vista" come "al lavorato".

27 Nov 2012

Gli aspetti emozionali dell'allenamento e del gesto in parete sono i temi che più mi appassionano in questo sport, va dato atto a Jolly di essere uno dei pochi in Italia che scrive sull'argomento.

Penso che ogni climber dovrebbe imparare a conoscere quali sono i meccanismi mentali attraverso i quali boicottiamo noi stessi e quali invece possono essere utili ad un "miglioramento".

29 Nov 2012
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