La scalata sportiva non è uno sport sicuro.

Scritto da Jolly Lamberti il 14-12-2016 in Opinioni di un climber
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Palestre indoor e falesie sono diventati ritrovi dove parlare, fare amicizie, associazioni culturali, bar, recinti rassicuranti.
Non abbiamo più la percezione della vita sospesa sulle punte delle nostre dita.
Un tempo la morte ci regalava quella sublime voglia di avventura, che ci teneva svegli; quel timore reverenziale, che ci faceva restare accorti; quell’ansietta nelle budella, quasi un innamoramento, che ci pompava adrenalina nella giusta misura, fuggi o combatti, attento e lucido, intelligente e forte: vivo. Era bello, romantico, e per alcuni versi, più sicuro. La morte ci proteggeva, perché conteneva in se stessa parte del suo antidoto.
Oggi l’indolenza pigra dell’illusione della sicurezza ci ottunde, ci annoia e la morte, che prima avevamo ben davanti, si è nascosta, ci prende alla sprovvista.
Siamo diventati tiepidi.
Non più caldi e con il cuore ardente di passione, governati e protetti da Eros e Thanatos.
Non più freddi e lucidi, capaci di congelare, al bisogno, le nostre emozioni mentre i sensi si amplificano e riusciamo a vedere attraverso le cose, schivando i sassi cadenti come Neo le pallottole.

L’idea della scalata è stata detonata dalla sua carica di rischio, ma non la scalata stessa, solo l’idea.
Il cuore non sfalsa più il suo battito per una uscita in falesia, non più che per una serata al Pub. Sazi e annoiati ci riuniamo in gruppo.
Le palestre, per campare, hanno ben capito quanto l’aspetto socializzante sia più importante della maestria. Il bar, la birra, fare amicizie, rimorchiare, parlare, parlare, parlare. Scherzare, fare casino, in un ambiente rassicurante – ma non sicuro: un club, un circolo di cazzeggio e non più un “Dojo” dove apprendere qualcosa con rispetto e timore. Non c’è niente di male nel cazzeggio anzi, forse è persino più allenante della triste serietà. Prima, dopo, ma non durante.
Parlare, parlare, gridare: diffidate di chi parla quando fa sicura, di chi parla quando cala, di chi parla quando arrampica: chi parla troppo è un killer potenziale.
Tutto questo viene riportato sulla roccia. Tutto questo, proiettato su grandi numeri e numerose situazioni, porterà ad un aumento di incidenti gravi, sproporzionato se messo in relazione al numero dei partecipanti.
Sproporzionato se messo in relazione al considerevole miglioramento, negli ultimi anni, dei dispositivi, delle procedure e delle strutture adibite alla sicurezza.
La colpa non è degli insegnanti, perché l’insegnante non può infilare un sentimento nella pancia di qualcuno, o almeno pochi insegnanti ci riescono.
I tempi e le mentalitá, ciclicamente, cambiano, e non è colpa o merito di nessuno.
L’amore, e la Morte, i due motori indiscussi del mondo, che ci consentono di vedere e sentire i dettagli, rimetteranno le cose a posto: ma ci vorranno anni.
Per ora Il fuoco si é spento, ma quel fuoco ci proteggeva.
Il recinto ci ha rassicurati. Ci ha reso tiepidi. E persino Dio, come dice San Giovanni, “vomita nella bocca dei tiepidi”.(Apocalisse 3:15-19)

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