Plastica e roccia vera

Scritto da Jolly Lamberti il 22-03-2015 in Allenamento

La figura del resinaro (uso questa definizione senza sarcasmo o connotazione negativa) è sempre più frequente nel mondo scalatorio moderno.
Il resinaro è uno scalatore abile, forte, dinamico in ambito indoor, che vede però decadere drasticamente le sue prestazioni quando esce sulla roccia vera. È opportuno mettere subito in chiaro due aspetti.
L’atteggiamento denigratorio del falesista (generalmente più debole fisicamente ma più bravo in ambiente naturale), verso il resinaro, è assolutamente fuori luogo. Il resinaro, infatti, semplicemente è bravo in un altro ambito. Nessun giocatore di tennis viene deriso dai giocatori di ping pong o viceversa.
Il resinaro (a differenza del tennista con il ping pong), generalmente pratica anche la scalata outdoor, e vorrebbe esprimere al meglio le sue potenzialità proprio su quel terreno. Abituato a eccellere in palestra, il fatto di non riuscire sulla roccia vera gli impedisce di raggiungere quello stato mentale di “chissenefrega se mi appendo sul 6a e tutti mi guardano” necessario per migliorare. Questo innesca in lui un circolo vizioso: una volta in falesia, il resinaro prova solo itinerari difficilissimi, per non subire l’umiliazione di farsi vedere appeso sulle vie più facili; si esercita solo sull’iperlavorato e cerca di non uscire mai dalle falesie conosciute; più diventa abile in palestra, tanto più cresce in lui la frustrazione per questo divario di prestazioni tra indoor e outdoor. Più diventa abile in palestra, più aumentano le aspettative degli altri, cosa che accresce in lui l’ansia da prestazione.

Fermo restando che sarebbe assurdo dichiarare la superiorità della scalata di falesia, perché le motivazioni che ci fanno sentire e amare una disciplina sono filtri soggettivi, che applichiamo alla realtà, perché una corsa nel parco la mattina, o un peso sollevato in una palestra dentro un garage, potrebbe, a qualcuno, toccare le stesse corde emotive che una scalata in ambiente tocca a qualcun altro. Come diceva Amleto: “potrei sentirmi re di spazi immensi anche rinchiuso in un guscio di noce”.
Fermo restando questo, non si può negare che il fenomeno esista: c’è sempre più gente che, in palestra, scala su difficoltà molto più alte di quelle conseguite in falesia.
È inutile cercare di negare questa evidenza facendo ricorso alle eccezioni. Ovvio che si possa eccellere in entrambe le specialità, come Carl Lewis, che vinse nella stessa olimpiade 4 diverse medaglie d’oro o Pirmin Zurbriggen, che fu fortissimo sia in discesa libera che in slalom speciale. In generale, per valutare l’andamento di una disciplina sportiva (così come per l’economia) bisogna considerare la condizione della maggior parte della popolazione e non quella dei pochissimi mutanti che stanno ai vertici della piramide. È stato stimato che in europa il numero di scalatori supera i 3 milioni (!), (e noi sempre a considerare, nelle nostre valutazioni, quei 3 che fanno il 9b…) e che l’80% dei frequentatori delle grandi sale indoor europee scalino su difficoltà inferiori al 6a! (dati espressi, in una recente intervista su Planetmountai, da Angelo Seneci, l’inventore del fenomeno Arco e uno dei massimi esperti degli andamenti socio-economici della popolazione scalatoria).

Sarebbe inutile stare a discutere di questa dicotomia falesia/plastica (così come sarebbe sterile discutere sul fatto che un tennista riesca o non riesca bene a ping pong) se non fosse che il resinaro, tranne poche eccezioni, abbia comunque come obbiettivo dichiarato la falesia (a differenza del tennista, che generalmente se ne infischia di giocare a ping pong e non utilizza certo il ping pong come allenamento per il tennis).
È proprio perché esiste questa forte intersezione tra le due specialità (scaturita dal fatto che i due ambiti hanno un’unica radice storica e culturale) che bisognerebbe cercare dei sistemi di allenamento che tentino, per quanto sia possibile, di non far bisticciare le due discipline.

I meccanismi cinestetici e propriocettivi, oltre che tecnici, mentali e coordinativi che hanno accompagnato l’indoorizzazione, e la conseguente perdita di rendimento in falesia, sono stati affrontati abbondantemente in questa sede in vari articoli:
Rendimento 3
Rendimento 2
Registrazione conferenza San Vito
La nuova tecnica avanzata1
La NTA 2
La NTA3
Fare esperienza
La paura del volo

Dal punto di vista “politico”, invece, parte della colpa di questa dicotomia, perlomeno in Italia, è dovuta in buona parte a una legge ormai obsoleta. Una legge del 1989, emanata quando ancora non era esploso il fenomeno della arrampicata sportiva, ma tutt’ora valida, che vieta a chiunque non sia guida alpina o Club Alpino Italiano di insegnare l’arrampicata. Nessun altro può farlo, e non è, come molti pensano, un problema di farsi pagare o meno. No: nessuno, tranne guide alpine e CAI, può insegnare l’arrampicata con la corda anche se non si fa pagare , come ha sentenziato un giudice, condannando penalmente, in primo e secondo grado degli istruttori FASI che facevano un corso in falesia.
Questa legge, nata quando la scalata sportiva quasi non esisteva, pretenderebbe che un manipolo di guide alpine – e loro soltanto – accompagnasse professionalmente e istruisse decine di migliaia di praticanti.
Gli istruttori non-guide non si assumono il rischio che la propria assicurazione di responsabilità civile non rimborsi un eventuale danno grave (perché stavano esercitando abusivamente una professione). Per questo motivo, quasi nessun istruttore porta più i propri allievi in falesia.
Per questo in Italia ci sono molti più resinari che in Francia o in Spagna, paesi dove esiste la figura ben preparata e legalmente riconosciuta del Maestro di Arrampicata, che può allenare sia in palestra che in falesia.
È ora che alle guide alpine venga tolto questo diritto di esclusività, questo privilegio ormai anacronistico.
Alessandro Lamberti, Guida Alpina.

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